Gli amori di Fievel Toposkovich

scritto da Domenico De Ferraro
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Autore del testo Domenico De Ferraro

Testo: Gli amori di Fievel Toposkovich
di Domenico De Ferraro

 

Gli amori di Fievel Toposkovich

 

Fievel ritornò a Napoli dopo un lungo viaggio fatto nella stiva di  un transatlantico ,  quando le luci  disegnavano ologrammi natalizi luminosi  nei  stretti vicoli a ridosso di via marina , l’aria profumava d’incenso e mandarino come se Partenope, la sirena , avesse alitato  sulle onde per destare un desiderio di libertà  nei cuori inquieti della città . La leggenda dice  il canto di Partenope  sia  eterno  e continua a vibrare tra strade e archi,  chi lo ascolta finisce per cercare un volto a cui giurare fedeltà, anche se ha zampe piccole e un cognome straniero come Toposkovich. In questa magica atmosfera , i zampognari scendono dai monti innevati  nell’eco delle loro cornamuse , mentre il suono si sparge  nell’aria fredda, legato ai filamenti di vita cromosomica  , serpeggiando  nel crogiuolo delle feste , un filo invisibile e musicale ,  legando   case e finestre in attesa  si compia l’avvento.

 

Fievel quella mattina giunto da poco a Napoli  scese per Spaccanapoli, entusiasta tra  botteghe di sughero e presepi di  cartapesta , ammirò  di nascosto nelle  vetrina i pastori più eccentrici, tra cui il Cornicino in miniatura, portafortuna di chi ama rischiare col cuore. Il piccolo  amuleto , dicono, favorisce o confonde gli innamorati, a seconda del coraggio con cui pronunciano la verità che temono di dire. Fievel toccò il cappuccio di uno di quei cornicini e sentì un brivido: come un invito a non tirarsi indietro, a lasciarsi portare dal caso , che sa la strada meglio di qualunque mappa.

 

Passeggiando , incontrò in Via San Gregorio Armeno, tra le navate profumate d’incenso della chiesa che custodisce reliquie antiche e promesse nuove. Una simpatica Topina , si chiamava Zoccolella  dei Tribunali, occhi lucidi di caffè e risatine maliziose , vendeva coriandoli di carta e stelle filanti , fatti in casa per le feste, perché l’allegria, si sa , non ha calendario. «Te voglio bene assaje», nel vederla  gli sfuggì  di dire a Fievel in dialetto imparato male, ma l’errore piacque alla topina e al destino: a Napoli le parole d’ammore si dicono così, con pudore e ferocia assieme, come in quelle canzoni che tutti conoscono senza sapere quando le hanno imparate.

 

Intenerita zoccolella lo prese per la zampa e lo portò a vedere il mare, là dove la città ricorda i suoi amori più antichi e i suoi guai  trasformati  in luce. Gli raccontò che ogni leggenda partenopea è una storia d’amore senza tempo : anche quando parla di eroi o di santi, poiché al centro c’è sempre una promessa fatta e mantenuta, a volte  spezzata e poi ricucita con ostinazione. Fievel pensò che l’amore fosse un presepe senza fine, dove i personaggi si muovono da soli quando passa il vento giusto, e il cielo cambia colore con un soffio di zampogna.

 

Accadde poi un piccolo prodigio. Alla bottega di un artigiano, un presepe meccanico si inceppò proprio quando i due passavano, e alcune  figurine del presepe rimasero con le mani tese una verso l’altra, a un soffio dal toccarsi. L’artigiano disse ridendo: «Serve  la fortuna del cornicino !», e posò il  talismano sul legno; gli ingranaggi ripresero a cantare, e i due pastori si abbracciarono nel loro mondo in miniatura. Fievel e Zoccolella si guardarono  come se la città avesse dato il suo consenso, la confidenza antica con cui Napoli ti adotta quando smetti di chiederle permesso e inizi a parlarle come a una vecchia amica.

 

Si misero a camminare senza meta, per strade e vicoli , salirono i quartieri spagnoli e giunsero al corso vittorio Emanuele dove ammirarono la città dall’alto poi tra i tavoli  dei bar all’aperto dove ancora si parla di cosa è successo durante l’anno  come di una sfida allegra, giocarono  a tombola con i numeri che hanno doppi sensi e presagi. Ogni numero un proverbio, ogni proverbio una carezza o una battuta spinta , perché l’amore, a Napoli  è un gioco serio dove si vince ridendo e si perde cantando. «Tu me faje arrevutà», gli sussurrò lei, «mi scombini», e Fievel capì che era la frase esatta, quella che piega la notte come carta velina e la mette in tasca per portarla a casa.

 

Più tardi, scendendo lungo le scale del  petraio  guardando  il golfo, Zoccolella gli raccontò la sua superstizione preferita: se chiedi un desiderio al mare, devi buttare tre briciole di pane e non voltarti finché non finisce l’eco della tua voce. Napoli è piena di gesti  scaramantici così, piccoli riti che tengono insieme realtà e incanto come cuciture invisibili nei vestiti della festa. Fievel gettò le briciole e desiderò questo: che il vento che aveva portato il canto di  Partenope fino alle rive della terra santa , portasse anche loro due, di mese in mese, nello stesso punto del molo, senza saltare neanche un tramonto. Abbracciati ed uniti in un amplesso di emozioni , i due si fusero in un bacio dolce e romantico come un vecchio tramonto caprese.

 

C’è chi giura di averli visti, da allora, passeggiare  sempre insieme mano nella mano  per la città   lui con una sciarpa rossa e lei con un nastro azzurro, tra i capelli , mentre comprano un pastore nuovo , solo per il gusto di cucirgli addosso una storia come abito delle feste . Dicono  a volte qualche artigiano  innamorato della storia di quel pastore , lo sistemi all’interno del suo presepe  tra un Re Magio e una lavandaia, e che il cornicino  fa l’occhiolino dal ripiano in alto, benedicendo i coraggiosi che dichiarano l’amore , scacci il male del vivere . E quando le cornamuse dei zampognari , tornano in città, a dicembre, la loro melodia sembra scendere dalle stelle per ricordare a tutti che gli amori veri a Napoli non finiscono mai : cambiano ritmo, cambiano quartiere, ma restano sospesi  nell’aria , volano  come una musica che non smette  mai d’incantare e rendere felice .

 

Gli amori di Fievel Toposkovich testo di Domenico De Ferraro
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