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Gli amori di Fievel Toposkovich
Fievel ritornò a Napoli dopo un lungo viaggio fatto nella stiva di un transatlantico , quando le luci disegnavano ologrammi natalizi luminosi nei stretti vicoli a ridosso di via marina , l’aria profumava d’incenso e mandarino come se Partenope, la sirena , avesse alitato sulle onde per destare un desiderio di libertà nei cuori inquieti della città . La leggenda dice il canto di Partenope sia eterno e continua a vibrare tra strade e archi, chi lo ascolta finisce per cercare un volto a cui giurare fedeltà, anche se ha zampe piccole e un cognome straniero come Toposkovich. In questa magica atmosfera , i zampognari scendono dai monti innevati nell’eco delle loro cornamuse , mentre il suono si sparge nell’aria fredda, legato ai filamenti di vita cromosomica , serpeggiando nel crogiuolo delle feste , un filo invisibile e musicale , legando case e finestre in attesa si compia l’avvento.
Fievel quella mattina giunto da poco a Napoli scese per Spaccanapoli, entusiasta tra botteghe di sughero e presepi di cartapesta , ammirò di nascosto nelle vetrina i pastori più eccentrici, tra cui il Cornicino in miniatura, portafortuna di chi ama rischiare col cuore. Il piccolo amuleto , dicono, favorisce o confonde gli innamorati, a seconda del coraggio con cui pronunciano la verità che temono di dire. Fievel toccò il cappuccio di uno di quei cornicini e sentì un brivido: come un invito a non tirarsi indietro, a lasciarsi portare dal caso , che sa la strada meglio di qualunque mappa.
Passeggiando , incontrò in Via San Gregorio Armeno, tra le navate profumate d’incenso della chiesa che custodisce reliquie antiche e promesse nuove. Una simpatica Topina , si chiamava Zoccolella dei Tribunali, occhi lucidi di caffè e risatine maliziose , vendeva coriandoli di carta e stelle filanti , fatti in casa per le feste, perché l’allegria, si sa , non ha calendario. «Te voglio bene assaje», nel vederla gli sfuggì di dire a Fievel in dialetto imparato male, ma l’errore piacque alla topina e al destino: a Napoli le parole d’ammore si dicono così, con pudore e ferocia assieme, come in quelle canzoni che tutti conoscono senza sapere quando le hanno imparate.
Intenerita zoccolella lo prese per la zampa e lo portò a vedere il mare, là dove la città ricorda i suoi amori più antichi e i suoi guai trasformati in luce. Gli raccontò che ogni leggenda partenopea è una storia d’amore senza tempo : anche quando parla di eroi o di santi, poiché al centro c’è sempre una promessa fatta e mantenuta, a volte spezzata e poi ricucita con ostinazione. Fievel pensò che l’amore fosse un presepe senza fine, dove i personaggi si muovono da soli quando passa il vento giusto, e il cielo cambia colore con un soffio di zampogna.
Accadde poi un piccolo prodigio. Alla bottega di un artigiano, un presepe meccanico si inceppò proprio quando i due passavano, e alcune figurine del presepe rimasero con le mani tese una verso l’altra, a un soffio dal toccarsi. L’artigiano disse ridendo: «Serve la fortuna del cornicino !», e posò il talismano sul legno; gli ingranaggi ripresero a cantare, e i due pastori si abbracciarono nel loro mondo in miniatura. Fievel e Zoccolella si guardarono come se la città avesse dato il suo consenso, la confidenza antica con cui Napoli ti adotta quando smetti di chiederle permesso e inizi a parlarle come a una vecchia amica.
Si misero a camminare senza meta, per strade e vicoli , salirono i quartieri spagnoli e giunsero al corso vittorio Emanuele dove ammirarono la città dall’alto poi tra i tavoli dei bar all’aperto dove ancora si parla di cosa è successo durante l’anno come di una sfida allegra, giocarono a tombola con i numeri che hanno doppi sensi e presagi. Ogni numero un proverbio, ogni proverbio una carezza o una battuta spinta , perché l’amore, a Napoli è un gioco serio dove si vince ridendo e si perde cantando. «Tu me faje arrevutà», gli sussurrò lei, «mi scombini», e Fievel capì che era la frase esatta, quella che piega la notte come carta velina e la mette in tasca per portarla a casa.
Più tardi, scendendo lungo le scale del petraio guardando il golfo, Zoccolella gli raccontò la sua superstizione preferita: se chiedi un desiderio al mare, devi buttare tre briciole di pane e non voltarti finché non finisce l’eco della tua voce. Napoli è piena di gesti scaramantici così, piccoli riti che tengono insieme realtà e incanto come cuciture invisibili nei vestiti della festa. Fievel gettò le briciole e desiderò questo: che il vento che aveva portato il canto di Partenope fino alle rive della terra santa , portasse anche loro due, di mese in mese, nello stesso punto del molo, senza saltare neanche un tramonto. Abbracciati ed uniti in un amplesso di emozioni , i due si fusero in un bacio dolce e romantico come un vecchio tramonto caprese.
C’è chi giura di averli visti, da allora, passeggiare sempre insieme mano nella mano per la città lui con una sciarpa rossa e lei con un nastro azzurro, tra i capelli , mentre comprano un pastore nuovo , solo per il gusto di cucirgli addosso una storia come abito delle feste . Dicono a volte qualche artigiano innamorato della storia di quel pastore , lo sistemi all’interno del suo presepe tra un Re Magio e una lavandaia, e che il cornicino fa l’occhiolino dal ripiano in alto, benedicendo i coraggiosi che dichiarano l’amore , scacci il male del vivere . E quando le cornamuse dei zampognari , tornano in città, a dicembre, la loro melodia sembra scendere dalle stelle per ricordare a tutti che gli amori veri a Napoli non finiscono mai : cambiano ritmo, cambiano quartiere, ma restano sospesi nell’aria , volano come una musica che non smette mai d’incantare e rendere felice .